I PANINI DI NONNO UCCIO e il ricordo di antichi sapori

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La rosetta aperta, la mortazza il cui profumo arriva in strada e la provola piccante. La liturgia del panino ignorante si ripete in una salumeria di Veglie; la putea di Uccio Leardi, classe 1938, è il tempio in cui quel rito si compie da oltre cinquant’anni, ogni giorno. Ché lui di appendere il camice al chiodo proprio non ne vuole sapere. E resta lì, sentinella e testimone di tradizioni che s’appiccicano al cuore, dietro al banco frigo, sorriso d’ordinanza e il mantra inconfondibile: <<Ti fazzu nnu paninu?>>.

Che c’avrà di speciale la rosetta di Uccio lo sanno solo lui e i ragazzini di ieri che oggi vanno a trovarlo tenendo per mano i propri figli, alla ricerca del panino buono che accompagni la ricreazione a scuola. Ma, se glielo chiedi, fanno spallucce, ché a parole un ingrediente segreto chiamato cuore è assai difficile da tradurre.

Le pareti di quel luogo mistico ricoperte da una miriade di cartoline di ogni angolo di mondo zeppe dei pensieri grati di tutti gli amici di Uccio dei panini sono testimonianza di un affetto verace che non tramonta. Dal suo bancone è passata la vita del boom dopo la guerra e le fatiche, gli anni delle fabbriche e degli operai, delle cartelle da scuola in cartone e dei fiocchi rossi sui grembiulini. Uccio si lasciò contagiare dalla passione di uno zio titolare di un alimentari e aprendo la sua putea nel ’69 con la moglie Gina divenne commerciante per il gusto di condividere la genuinità dei prodotti e delle chiacchiere tra paesani, i culacchi  e le confidenze. Oggi al civico 143 la tradizione resiste anche nella ricerca fedele e accurata dei prodotti di nicchia portata avanti dal team che accompagna il granitico salumiere di Veglie.

Elisir di lunga vita. Ché in caso contrario quell’alimentari, come altri mille negozietti di prossimità, avrebbe dovuto cedere e chiudere i battenti davanti all’avanzata impari della grande distribuzione. Invece no, esiste ancora e resiste.

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